Le mie tonsille e il camion dei pompieri




E… "zacchete" le mie tonsille

tonsille«Su caro bel bambino, fai il bravo, soffia, soffia forte nel palloncino!», chiedeva con tanto garbo e dolcezza la voce cantilenante del chirurgo otorino una mattina nevosa e brumosa di febbraio di un lontanissimo 1958, in una clinica privata – la storica Ronzoni – convenzionata con la mutua dei commercianti, in via Conca del Naviglio, zona darsena Navigli fumanti di vapore misto a nevischio.
Nell’aria di tutto il quartiere Ticinese si diffondeva il caratteristico profumo, mai dimenticato, delle stufe a legna Becchi, delle cucine economiche che – bruciando legno, carbonella e trucioli – scaldavano pure l’acqua per la cucina e per lavarsi. Non tutti avevano lo scaldacqua elettrico o a gas.
Mi avevano disteso su una barella, iniziato a farmi la pre-anestesia, accanto a me la mamma e la nonna.
Un’infermiera annunciò «Fabrizio Bianucci in sala 1»: fu un attimo e… "zacchete", addormentato in qualche maniera dopo aver soffiato e respirato il gas anestetico dalla mascherina, il palloncino, le mie due tonsille finirono in una bacinella d’acciaio inox dove rimasero tristi e sconsolate, separate dal suo legittimo proprietario, a guardarmi per tutta la durata della cauterizzazione della ferita in gola.

Ritorno a casa

tonsilleNel pomeriggio venivo già dimesso, pronto per godere – si fa per dire – con gelato e balocchi di questa privazione sanguinaria. Un po’ di sangue in effetti mi era scivolato nello stomaco e l’avrei vomitato dopo a casa.
Oggi l’avremmo chiamato intervento in day-surgery: entri la mattina molto presto, esami veloci pre-operatori, ti tagliano, ti medicano, un po’ te ne stai in osservazione e poi via, fuori prima che faccia buio. E l’infermiera-suora: «Ci vediamo la settimana prossima per il controllo, piccolo mio, avanti un altro… Rossella Invernizzi in sala 3!». La catena di smontaggio, di zacchete zacchete in gola continuava.
Dovete sapere che negli anni Cinquanta c’era questa strana moda medico pediatrica, forse poi anche protratta sino almeno a metà degli anni Sessanta (e infatti ci cadde pure mio fratello, di sei anni più giovane), di praticare la tonsillectomia, insomma – più semplicemente – togliere le tonsille, due minuscole linfo-ghiandolette a difesa del nostro corpo e poste in fondo alla bocca, in gola. Anche quando queste mandorline di tonsille non davano problemi ricorrenti, come infiammazioni con febbre alta e quasi non più controllabili, forti mal di gola, rischi di altre malattie ecc. e se ne stavano quiete a svolgere la propria funzione protettiva. Ahinoi, venivano invasivamente tolte senza possibilità di appello! I medici di allora dicevano che per precauzione era meglio asportarle: nulla di più errato se il buon Dio le aveva previste a nostra difesa.
Poi, col trascorrere dei decenni, la ricerca medico scientifica rivide le proprie posizioni e per fortuna anche i miei figli – nati a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 – riuscirono ad evitare questo drammatico e sanguinoso inutile rito tribale.

La consolazione del dopo operazione

tonsilleBeh, direte voi cari amici, ma cosa c’entra tutto questo discorso pseudo-medico sulle care tonsille? Non dovevi parlarci dei giocattoli della tua infanzia nella Milano dei Navigli? Calma, adesso vi spiego tutto, seguitemi.
La memoria è come un bicchiere di acqua limpida nella quale viene disciolta la "Citrosodina" per favorire una digestione complessa dopo un pranzo pesante: la magica polverina granulare bianca sprigiona una reazione chimica benefica che porta a galla tante bollicine che piano piano andranno a stendersi e poi evaporare sulla superficie.
Di ogni cosa c’è il rovescio della medaglia, si dice.
I genitori di allora preparavano (e convincevano!) i loro bimbi all’asportazione delle tonsille con due promesse: la prima, di un fiume di gelato da consumare liberamente fuori stagione (eh sì, perché le tonsille si asportavano sempre d’inverno mentre allora il gelato era invece un alimento prettamente estivo, poco consumato in Italia durante i mesi freddi!) al fine di disinfiammare il cavo orale e placare il bruciore; la seconda promessa, oltremodo interessante, di ricevere – con l’occasione sanguinaria, fuori programma e lontana dalle festività comandate, Natale Befana e compleanno – dei regali di giocattoli. Era un’occasione ghiotta e accattivante per sottomettersi al tragico truculento rito. E poi non è che ci fossero molte alternative, non c’era il Telefono Azzurro cui appellarsi!
Subito dopo l’intervento ambulatoriale alla Ronzoni, arrivato a casa dei nonni materni, sempre in zona, venni disposto con mille attenzioni sulla poltrona normalmente riservata alle clienti della nonna che faceva la sarta, di fronte alla specchiera tridimensionale, nella camera-lavoro del suo piccolo atelier. Così potevo pure specchiarmi da tutti i lati e vedere le mie tumefazioni sulle labbra.

Il camion dei pompieri

tonsilleSolitamente passavo tutte le malattie classiche dell’infanzia (allora si facevano tutte, ma proprio tutte) e convalescenze a casa dei nonni materni, poiché i miei avevano una bottega di ristorante e poco tempo per accudirmi da malaticcio. I nonni erano una grande comodità e sicurezza per babbo e mamma. La casa dei due milanesun di Porta Cicca era per me il vero Paradiso Terrestre, anche perché la nonna me le dava proprio tutte vinte, era il mio bozzolo sicuro in cui rifugiarmi, coccolato ed amato totalmente. Non che i miei genitori non mi amassero, ma erano presi diciotto ore al giorno con il loro lavoro di gran sacrificio, specie in quegli anni. Come tutti i nonni inoltre stravedevano per me loro primo e unico nipotino all’epoca!
Venne la mamma con una grossa scatola, lunghezza il doppio di una da scarpe, ben confezionata con carta da regalo verde e nastro rosso con la scritta Cagnoni Giocattoli in oro zecchino. Dentro era celato un meraviglioso camion dei pompieri, di latta, tutto rosso, luccicoso, con tanto di scala mobile, luci lampeggianti blu e sirena, alimentate da una pilona quadrata da nove volt (che forse oggi non si trovano più in commercio), con tutti i manicotti di plastica, l’omino di latta pure lui alla guida e due pompieri con elmetto in piedi sull’autoscala, intenti a chissà quale intervento.
Ricordo che era molto "tecnico", insomma assomigliava molto a quelli veri che uscivano dalla caserma di Via Gola (che caso!) oltre la piscina Argelati. Si muoveva "a frizione", ossia azionandolo in retromarcia per fargli prendere la carica dinamica per poi rilasciarlo in avanti. Un camion simile l’avevo chiesto a Gesù Bambino pochi mesi prima, ma non era arrivato. Ora, finalmente, grazie – si può dire – alle mie due tonsilline violentemente sottrattemi e miseramente finite nei rifiuti, mi era stato regalato. Una gioia enorme che faceva da contraltare al bruciante dolore in gola e sulle labbra semicauterizzate (un fuoco!), che si faceva sentire, oramai svaniti gli effetti della blanda anestesia mattutina.
«Ti porto un bel gelatone, adess ghe pensi mi, reuccio mio!», così mi aveva soprannominato la mia dolce nonnina.

I giocattoli di latta

tonsilleIn quegli anni, per tutti i ’50 e i primi dei ’60, c’era un po’ la moda, anche perché le alternative erano davvero poche, dei giocattoli di latta, nati all’inizio del secolo scorso. Per noi maschietti la scelta era vasta: dalle biciclettine, motorette, barchette, alle auto da corsa, ambulanze, aerei, robot, carri-armati, macchine della polizia, dei pompieri e pistole di ogni specie.
La latta era – è, esiste ancora – un sottile lamierino di ferro, che veniva stagnato da ambo le parti, così da unire la robustezza del metallo alla resistenza alla corrosione dello stagno. Veniva utilizzata per molti scopi come la fabbricazione di contenitori per alimenti, la costruzione di piccoli oggetti domestici e per i giocattoli appunto, specie quelli per i maschietti. Il Lego, i famosi mattoncini di plastica creati dalla fervida fantasia di un falegname danese, arrivarono in Italia solo verso la metà degli anni ’60 ed ebbero un successo incredibile come si può constatare ancora oggi, grazie alla quasi totale assenza di pericolosità nell’uso e la caratteristica di essere un gioco molto pedagogico ed educativo. Cosa ben diversa il giocattolo di latta! Un attentato alle manine di noi bimbi, oggi neo-sessantenni.

I piccoli… demolitori

tonsillePer un’innata curiosità i bimbi, specie i maschietti, sono portati anche oggi ad essere "esploratori", distruttori, smontatori, sabotatori, "ricercatori interni" dei propri giocattoli. Se poi questi giocattoli, com’erano un tempo, sono di latta, tagliente, il rischio di farsi male aumenta enormemente.
Vuoi mettere il gusto di aprire, squartare, smontare un bel carro-armato, un robot parlante grigio-argento o un sanguigno camion dei pompieri, tutti fatti di latta?! Li riducevamo in pezzi, un’esplosione di curiosità alla ricerca del meccanismo che li animava, illuminava, faceva parlare. E spesso adoperavamo le forbicine di mamma trovate nella trousse del trucco, o addirittura un coltello da cucina per procedere allo sventramento. Così i rischi aumentavano pure! Forse da questo presupposto distruggente scientificamente condotto con perizia è nata l’idea tutta inglese, e tutta al contrario, di inventare il gioco dei Meccano, scatole di costruzioni in metallo da assemblare-montare-smontare-rimontare senza tregua, pazientemente, con arnesi specifici, ingranaggi, pulegge, dadi e bulloni per costruire creature ludiche molto "technic", diremmo oggi. Perché dico "i" Meccano? Perché di quelle scatole rosse molto british venivano prodotti più esemplari numerati dall’1 al 12, a seconda delle difficoltà di assemblaggio, delle dimensioni e del numero dei pezzi e soprattutto del… costo. Ecco, il costo! Divenne, il Meccano, anche un caso discriminatorio tra bimbi ricchi e bimbi poverelli o comunque normali:
«Ah ah, ti hanno regalato il n.2, a me invece il 12!», diceva soddisfatto con una gran vena di cattiveria snobistica e presunzione "il" Pierpaolo o LucaMaria o Luchino, bimbetti viziati altoborghesi di turno. A tal proposito, pura curiosità, mi sono sempre chiesto perché ai figli dei ricchi snob venissero dati spesso nomi composti o vezzeggianti, e spesso contenenti un &q"uot;Maria, come EnricoMaria, GianMaria, PierMaria,… mah!
L’equivalente femminile delle nostre operazioni chirurgiche a cuore aperto effettuate sui nostri giocattoli di latta era lo sventramento di peluche, dei pupazzi in panno Lenci che venivano come sbudellati. Alle bambole invece le bimbe riservavano trattamenti degni di un serial killer efferato: squartamenti di gambe e braccia, rasatura delle fluenti chiome, lussazioni di arti e colli, cavatura di occhi che rimanevano appesi in maniera orripilante. Ma difficilmente le bimbe si procuravano ferite. Vedevo le mie cuginette. Gli specialisti dei tagli con la latta eravamo noi maschietti.

Si chiude il cerchio di una giornata "cruenta"

tonsilleEd infatti…, quello stesso giorno delle tonsille, già a sera tarda, quando lo zio scapolo che viveva con i nonni era già rientrato dal lavoro (e fu una fortuna, come vedremo), nel tentativo di estendere tutta la tagliente scala telescopica – che si era bloccata – del camion dei pompieri, armato di cacciavite e pinze, ci rimisi un profondo taglio sul palmo della mano sinistra. Fu un attimo e come in un film horror splatter il mio sangue sprizzò sulla poltrona di tessuto "chintz", quella riservata alle clienti della nonna, sulla quale ero adagiato dalla mattina.
Al mio giovane e adorato zio non rimase che salire sulla sua 600 grigio topo e con la nonna portarmi in fretta e furia alla Guardia Medica in uno dei due ex caselli daziari di Piazza XXIV Maggio, a Porta Ticinese, per fortuna vicinissimo, dove mi misero ben sette punti di sutura, oggi ancora un poco visibili, e una bella antitetanica non mi fu risparmiata!
Finì così quella mia lunga cruenta giornata di gioia e dolori, iniziata e terminata nello spazio di duecento metri, tra la clinica Ronzoni e un pronto soccorso, tra le sette del mattino e le dieci di sera. Grazie zio, che mi guardi dall’Alto, se non ci fossi stato tu…

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About The Author

Fabrizio

Sessantatre anni, milanese con origini paterne toscane, liceo scientifico e studi giuridici all’università, gioiosamente sposato da quarantuno anni e felice nonno di tre nipotine. Multitasking per interessi e passioni “normalissime” come musica, lettere, escatologia, spiritualità, ricerca parapsicologica. Impegnato sin da giovane (1971) nello studio ed esperienze di argomenti esoterici e border-line, grazie all’iniziazione di un grande uomo, colui che sarebbe diventato mio suocero. Entusiasta della vita, di qualsiasi vita, in tutti i suoi aspetti fisici e soprattutto spirituali.

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