Brevi riflessioni sulla non violenza



Definizioni e caratteristiche della non violenza

Non violenza, secondo l’Enciclopedia Treccani è un «Metodo di lotta politica consistente nel rifiuto di ogni atto che porti a ledere fisicamente i rappresentanti e i sostenitori del potere cui ci si oppone, limitando l’azione a forme di non collaborazione, di boicottaggio e simili».

Quando si parla di non violenza (scritto anche col trattino o come unica parola) si pensa a Mohandas Karamchand Gandhi, più noto come il Mahatma Gandhi, che affermava fosse la traduzione di ahimsa, termine sanscrito usato sia dagli induisti che dai buddhisti per indicare un concetto più ampio rispetto al non uso della violenza, che «ne è solo un’espressione secondaria. Al principio dell’ahimsa nuoce qualsiasi pensiero malvagio, nuoce l’indebita fretta, nuocciono le menzogne, l’odio, il malaugurio, l’invidia. Questo principio viene altresì violato quando si tiene per sé ciò di cui il mondo ha bisogno».

Mohandas Karamchand Gandhi

Mohandas Karamchand Gandhi

Non è sufficiente dire che ci si oppone alla violenza per definirsi nonviolenti, perché, come fa notare Giuseppe Giovanni Lanza del Vasto – filosofo italiano che per tutta la vita ha condiviso e applicato la dottrina gandhiana – «La non violenza è cosa semplice, ma sottile. Difficile da applicare, addirittura da afferrare, perché è del tutto estranea alle abitudini comuni», le cui caratteristiche essenziali sono: «soluzione dei conflitti; forza della giustizia; leva della conversione».
Secondo Lanza del Vasto il non violento non è neutrale, non è litigioso, non fugge, né si arrende, deve seguire la strada tracciata da Cristo: porgere l’altra guancia. Chi professa la non violenza, afferma, si ispira proprio al pensiero di Cristo. Ciò non è del tutto vero, perché c’è anche chi non prende come riferimento Cristo, in quanto il principio in sé è universale ed è presente sia nella Bibbia sia nelle culture orientali. C’è da dire, però, che molti accompagnano questo concetto ad una visione religiosa della vita, altri invece ad una sua visione laica.

Chi segue la dottrina della non violenza riconosce principi etici universali e ritiene che il suo nemico sia un uomo come lui e che come lui ha dentro di sé il senso di giustizia. Il non violento deve cercare di considerare gli eventi dal punto di vista del suo avversario, per rendersi conto che ognuno, ai propri occhi, ha ragione.
Questo non è certamente un facile esercizio, ma, come afferma Lanza del Vasto, se vogliamo dirci non violenti dobbiamo fare questo sforzo, arrivando a comprendere che non ha alcun senso la litigiosità e a far sì che, con il nostro atteggiamento, il nostro antagonista cambi il suo.

Gandhi, a tale proposito, affermò che «la prova del nove della non-violenza è che, in un conflitto, non vi sono strascichi di rancore e, alla fine, i nemici si tramutano in amici. Di ciò ho fatto esperienza in Sudafrica con il generale Smuts. Questi fu, dapprima, il mio più accanito avversario. Oggi è il mio amico più affettuoso. Questo è, in sostanza, il principio della non-collaborazione non-violenta. Ne consegue che esso deve affondare le sue radici nell’amore. Il suo scopo non deve essere quello di punire o di infliggere ferite all’avversario. Pur non collaborando con lui, dobbiamo fargli sentire che in noi egli ha un amico e dobbiamo tentare di toccargli il cuore rendendogli servigi umanitari ogni volta che ci è possibile».

Però dichiara anche: «credo fermamente che, laddove non ci sia da scegliere che tra codardia e violenza, si debba consigliare la violenza. Perciò, quando il mio figlio maggiore mi chiese come si sarebbe dovuto comportare qualora fosse stato presente allorché io, nel 1908, venni aggredito e ridotto quasi in fin di vita (scappar via e lasciare che mi ammazzassero, oppure seguire il suo istinto e usare la propria forza fisica per difendermi) io gli risposi che sarebbe stato suo dovere difendermi, anche a costo di usare la violenza. Però credo fermamente che la non-violenza sia mille volte superiore alla violenza, che il perdono sia più virile del castigo».

Giuseppe Giovanni Lanza del Vasto

Giuseppe Giovanni Lanza del Vasto

Il non violento deve dimostrare di essere più forte, non tramite la forza fisica, ma grazie alla forza del suo spirito, solo così avrà ragione di chi lo avversa. Deve raggiungere questa forza con fatica e sacrificio, così facendo acquisirà una maggiore saggezza senza aver provocato o subito sofferenze inutili.

«Soluzione dei conflitti; forza della giustizia; leva della conversione» sono le caratteristiche della non violenza indicate da Lanza del Vasto e a proposito dell’ultima riferisce questo episodio raccontatogli da un amico:

Si era in Germania durante la guerra e dura era la vita dei prigionieri. C’era il freddo, la fame, il lavoro forzato e c’era il ritorno, la sera, nelle baracche. Giacché il guardiano con le scarpe chiodate li aspettava: sfogava su di loro i suoi fantasmi ed era il solo a trovarli divertenti. Tirava il naso a uno, dava all’altro un calcio in pancia e ognuno si chiedeva se quel giorno non sarebbe capitato a lui. Fino alla sera in cui uno di loro, facendosi avanti, disse:
«Poiché ogni giorno dovete picchiare qualcuno, chiedo di essere io oggi».
«Ha, ha, francesino! Giacché sei tanto spiritoso, dimmi quante volte ti beccherai la mia frusta sul…»
«Non spetta a me dire quanti colpi abbia meritato: questo lo lascio alla sua coscienza».
«La mia coscienza, la mia coscienza! Ma io, di coscienza non ne ho».
«», rispose dopo un po’ il prigioniero, «e prova ne è che non mi ha ancora picchiato». Si allontanò tranquillamente di qualche passo e senza guardarlo aggiunse: «Credo anzi che non mi picchierà questa sera…» Infine si voltò.
L’altro, pallido, aveva lo sguardo fisso davanti a sé, gli occhi pieni di lacrime, le labbra che tremavano. Mai nessuno aveva parlato a quell’infelice della sua coscienza ed era forse questa la ragione del suo abbruttimento.
A partire da quel giorno nessun prigioniero venne più picchiato da lui. E questa storia è talmente poco verosimile che non la racconterei se non fosse vera

Il prigioniero nominando la coscienza ha fatto capitolare il guardiano, non ha usato alcuna violenza, ha usato le parole. Dicendogli di picchiarlo ha colpito il senso di giustizia insito in lui nel profondo, il suo sentire di stare compiendo un’azione non giusta e che, per reazione, lo ha fatto recedere dalle sue intenzioni.

Aldo Capitini

Aldo Capitini

Il non violento fa come il prigioniero, ma in più deve riconoscere che «il male e l’errore sono in me così come sono in lui». In tal modo, riconoscendo anche il suo torto, può lottare meno faticosamente e far ritornare su se stesso il suo nemico. «Per non offuscare la nobiltà della mia causa e parare alla mia debolezza, il minimo che io possa fare è di non fare come il mio nemico, è di non mettere nel torto chi difende il diritto. Tutte le violenze, le astuzie, le offese che rimprovero a lui, io devo evitarle ad ogni costo. Non c’è esercizio spirituale più difficile ed efficace.
Senza lottare contro me stesso non c’è vittoria possibile contro il nemico nell’ambito della non violenza. Se il male è in me come nel mio nemico e se è soltanto con il male che me la prendo, ne consegue che devo procedere con ordine e cominciare col combattere il male dentro di me
».

Dobbiamo conoscere bene noi stessi per poter combattere al meglio ed avere ragione, usando la non violenza. Certo come riconosciuto da tutti intraprendere questa strada non è facile, ma il premio per averla percorsa è impagabile.
La storia porta degli esempi di risoluzione dei conflitti, della trasformazione del nemico in amico? Purtroppo i movimenti che si sono ispirati a principio della non violenza, intesa come "metodo di lotta politica" non hanno ottenuto delle vittorie, perché là dove si sono ottenuti alcuni risultati, non erano quelli sperati. Si pensi all’indipendenza dell’India – ottenuta nel 1947 – a cui il movimento non violento ispirato da Gandhi ha dato un forte impulso: il risultato è stata la divisione di un paese in stati differenti, alcuni dei quali ancora in conflitto tra loro dal punto di vista sia politico sia religioso. Tuttavia vale la pena provarci. Se non ci fosse stato Gandhi, quando si sarebbe ottenuta l’indipendenza dal Regno Unito? E a quale prezzo? Domande a cui non si può rispondere, perciò io ritengo giusto tentare la strada della non violenza, anche con piccoli risultati, se si pensa possa essere utile. Perché è meglio agire che rimanere inerti, potremo sempre dire di avere messo in campo le nostre forze pur di raggiungere l’obiettivo.

La difficoltà di applicare questi principi l’hanno tutti, perché anche chi si dichiara non violento non lo è. Siamo sicuri di essere non violenti? Di riuscire a risolvere anche i piccoli conflitti che abbiamo con il nostro prossimo? Cominciamo «col combattere il male dentro di me», analizziamo bene il nostro comportamento in ogni atto che compiamo nella vita quotidiana. Dobbiamo inoltre considerare la bontà del nostro fine, la sua giustezza, perché per arrivare alla capitolazione dell’avversario non si deve pensare che si possa utilizzare qualsiasi mezzo. Infatti, come dice Lanza del Vasto, «Gandhi insegnava che mezzi e fini sono legati tra loro come la semente è legata all’albero. E che la malizia introdotta in un’impresa attraverso i mezzi si ritroverà necessariamente nel fine. […] Le buone cause non giustificano i cattivi mezzi, al contrario, sono i cattivi mezzi che rovinano le cause migliori».

Martin Luther King

Martin Luther King

Riprendendo la sua definizione, la non violenza è una disobbedienza civile contro i rappresentanti del potere, ma come valutare quando una lotta è giusta, tale da non danneggiare l’altro? è lecito decidere di scegliere tra due mali, quello che nuoce meno? Non è facile, come ho già affermato, e talvolta chi ritiene opportuno fare disobbedienza civile, rischia l’eccesso, il fanatismo, perché desidera andare solo contro chi detiene il potere, senza valutare obiettivamente ciò che è giusto per il bene comune.

Altre considerazioni si potrebbero fare riguardo alla non violenza, ma lo spazio non lo permette. Ciò che ho riportato in questo scritto ha il solo scopo di indurre a riflettere sulla nostra vita, sulle nostre azioni, perché è facile parlare di pace e non violenza, di bene, male, e attribuire colpe ad altri di ciò che accade di sbagliato sia nel nostro privato sia nella collettività. Dobbiamo partire da noi stessi, come ben dicono Mahatma Gandhi, Giovanni Lanza del Vasto, Martin Luther King, Aldo Capitini, alcuni dei più autorevoli esponenti di questo principio. Partire da noi stessi è sempre valido, qualunque metodo scegliamo sia per la nostra vita personale sia per quella della collettività. Nel caso specifico del nostro privato la non violenza forse è più praticabile – pur nella sua non facile applicazione – per poter vivere in serenità con il nostro prossimo. Ma prima dobbiamo conoscere noi stessi e ricordarci di porci anche dal punto di vista dell’altro, per comprendere come risolvere il conflitto che ci oppone a lui.

Per approfondire

Discorso di Gandhi alla Conferenza delle relazioni interasiatiche, New Dehli 2 aprile 1947

Prima intervista televisiva di Gandhi, 30 aprile 1931

Fondazione Centro Studi Aldo Capitini

Comunità dell’Arca di Lanza del Vasto

The King Center

Martin Luther King. Historic speeches and interviews

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About The Author

Magicamente Colibrì

Ho fatto studi classici al liceo e scientifici all’università, perché amo entrambi i mondi. Questa mia formazione è dovuta al fatto che in me convivono bene gli aspetti che caratterizzano l’essere umano, cioè quelli legati al pensiero razionale e a quello non razionale, e che sottintendono, rispettivamente, alla scienza e alla spiritualità. Molti sono i miei interessi e i post del blog lo dimostrano.

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