Rupert Sheldrake e le illusioni della scienza



La scienza analizzata e discussa: dieci dogmi sotto esame

Rupert Sheldrake è un biologo inglese che ha condotto diverse ricerche significative ed è riuscito a trovare risposte a interrogativi su alcuni meccanismi biologici dei vegetali. Tra l’altro ha scoperto che «le cellule morenti hanno un ruolo importante nella regolazione della crescita delle piante, liberando auxina, un ormone vegetale, […] quando le cellule muoiono; che le cellule morenti stimolano maggiore crescita; che maggiore crescita porta a più morte e di conseguenza a più crescita». Con questa scoperta ha fornito un contributo notevole allo studio di malattie come il cancro e l’HIV e a quello della rigenerazione dei tessuti attraverso le cellule staminali.
Inoltre ha ipotizzato che esistano dei «campi morfogenetici, campi che determinano la forma, che controllano lo sviluppo degli embrioni animali e la crescita delle piante. Ho ipotizzato che questi campi abbiano una memoria intrinseca, determinata da un processo denominato risonanza morfica». Per questo motivo sostiene che esisterebbe una memoria collettiva a cui gli individui e i gruppi di una specie attingerebbero attraverso il cervello, che può essere applicata anche a sistemi fisici come molecole e cristalli.

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Appassionato della scienza fin da bambino, Sheldrake riconosce l’importanza dell’approccio scientifico nello studio della natura, «ma mi sono sempre più convinto che le scienze abbiano perso gran parte del loro vigore, della loro vitalità e della loro curiosità… [e che] aranno più attraenti quando sapranno andare al di là dei dogmi che limitano la ricerca libera e tengono prigioniera l’immaginazione». Per tale motivo ha scritto un libro (The delusion science, trad. it. Le illusioni della scienza) in cui confuta dieci aspetti della scienza, ritenendoli dei dogmi da cui questa si deve liberare, sostenendo che «queste convinzioni sono potenti, non perché la maggior parte degli scienziati le consideri in modo critico, ma perché non lo fa… [Per di più] il sistema di convinzioni che governa il pensiero scientifico convenzionale è un atto di fede, che affonda le radici in un’ideologia del diciannovesimo secolo».
Il primo dogma che prende in esame è la convinzione degli scienziati che l’universo sia di natura meccanicistica, affermando che invece debba essere considerato un organismo in via di sviluppo. Per farlo ripercorre la strada che ha portato la scienza a questa conclusione, illustrando le varie ipotesi succedute nei secoli a partire dai filosofi presocratici.

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Il secondo riguarda la conservazione dell’energia, secondo cui il bilancio energetico di un sistema rimane invariato, mentre l’energia si trasforma. In questo caso, per confutare tale principio parla del dogma dell’impossibilità di avere un moto perpetuo, cioè di avere una macchina che crei più energia di quanta ne immagazzini, e di come alcuni, invece, dichiarino di averla realizzata. Suggerisce quindi di istituire un premio che incentivi a realizzare tale macchina. In questo modo, sostiene, si potrà confermare o smentire la sua esistenza. Esamina poi il bilancio energetico degli organismi, facendo alcune osservazioni su quello degli animali ed enumerando casi di persone, alcune delle quali esaminate sotto stretto controllo, in grado di vivere per decenni nonostante la non assunzione di cibo o bevande. Quindi Sheldrake osserva come la scienza ritenga che nell’universo ci sia materia oscura ed energia oscura nella misura del 96%, ma «nessuno sa cosa siano, come funzionino e come interagiscano con le forme familiari di materia ed energia. La quantità di energia oscura sembra crescere con l’espansione dell’universo». In questo modo, come fa notare, il principio di conservazione di energia sembra che non si conservi e chiede quindi agli scienziati se abbiano la prova che invece valga e quale sia la sua evidenza.

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In merito al terzo dogma, relativo alle leggi di natura, considerate dalla scienza come costanti e sempre valide, Sheldrake dichiara che anch’esse possono evolvere e quindi non essere immutabili. A sostegno di ciò rivela che alcuni studi hanno dimostrato che alcune grandezze ritenute costanti, come la velocità della luce e la costante di gravitazione universale, non lo siano in realtà. Afferma perciò che si dovrebbe pensare quindi ad una evoluzione delle leggi, analogamente a quella degli organismi, come riteneva William James, e che, come diceva Alfred North Whitehead, «Non esistono leggi di natura. Esistono solo temporanee abitudini di natura».

Questi comportamenti regolari, diventando abitudini, secondo Sheldrake, si sarebbero formati «da un processo di risonanza morfica. Schemi di attività simili entrano in risonanza, attraverso il tempo e lo spazio, con schemi successivi. Questa ipotesi vale per tutti i sistemi auto-organizzantisi… Tutti si basano su una memoria collettiva e a loro volta vi contribuiscono», arrivando ad una «ereditarietà delle abitudini per risonanza morfica. […] Nuove forme, nuovi schemi di organizzazione compaiono spontaneamente e sono poi soggetti alla selezione naturale». Tutto questo potrebbe spiegare meglio il Big Bang, come oggi concepito, secondo cui le leggi ci sarebbero state prima di esso, ma non si sa dove. Se fosse giusta l’ipotesi di un’evoluzione delle leggi, allora sarebbe corretto pensare ad un universo in continua creatività e che ricorda il suo svolgimento.

Il quarto argomento che Sheldrake affronta è la relazione mente-corpo, che prende in esame passando in rassegna le ipotesi proposte nel corso del tempo. In sostanza queste si riducono a due quella meccanicistica, che ritiene la materia reale e la mente un’illusione, e quella idealista che ritiene entrambe reali, una inconscia e l’altra no. Nonostante gli sforzi di entrambi i fronti, non si riesce a dare una spiegazione soddisfacente di questo rapporto. Tuttavia, Sheldrake fa notare come alcuni studiosi, primo fra tutti North Whitehead, prediligono una terza strada, secondo la quale «tutti i sistemi materiali ad auto-organizzazione abbiano un aspetto mentale oltre che un aspetto fisico», cioè anche gli atomi e le molecole sarebbero così dotati, anche se a livello inferiore rispetto a sistemi più complessi. Inoltre «la relazione tra mente e corpo, ha a che fare con il tempo più che con lo spazio. La mente sceglie tra futuri possibili e la causazione mentale opera in direzione opposta alla causazione energetica, cioè da futuri virtuali verso il passato, anziché dal passato verso il futuro».

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Sheldrake si chiede poi se la natura ha degli obiettivi, osservando che, secondo la scienza materialista, la natura, considerata come una macchina, non può averne. Tuttavia ciò contraddice la realtà, perché tutti gli esseri viventi – uomini, animali e piante – li hanno, primi tra questi il crescere, il sopravvivere e il riprodursi, e non sono necessariamente legati ad una coscienza. Negando una qualsiasi finalità questa scienza attribuisce «alla casualità una creatività evolutiva», senza però dimostrarlo, e fa un atto di fede quando afferma che l’universo si possa spiegare solo «in termini di energia, leggi di natura e caso».
Il biologo inglese, poi, esamina la questione dell’eredità fornendo molte informazioni su come la scienza abbia riposto molte speranze nella genetica. Afferma poi che questa, pur essendo un elemento importante, non la spiega efficacemente e univocamente. Infatti ritiene che l’ereditarietà di forme, comportamenti e ricordi si possa interpretare compiutamente tramite i campi morfici.

Inoltre, reputa che la mente, contrariamente a quanto asserisce la scienza, è sia all’interno che all’esterno del nostro cervello «non solo nello spazio, ma anche nel tempo e ci collega al nostro passato attraverso la memoria e ai futuri virtuali fra cui operiamo le nostre scelte».
Sheldrake considera che i fenomeni psichici non siano illusori – altro dogma della scienza – e illustra come siano state condotte verifiche in merito alla loro esistenza, che tuttavia la scienza rifiuta o preferisce ignorare. Pensa, pertanto, che anch’essi dovrebbero essere inquadrati nell’ambito dell’ipotesi dei campi morfici.

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L’ultimo dogma che il biologo inglese prende in considerazione è che la medicina occidentale, meccanicista, si occupa solo di ciò che rientra nel suo ambito e cioè degli aspetti chimico-fisici del corpo umano. Afferma, infatti, che la scienza la ritiene l’unica in grado di funzionare, in quanto tutte le altre pratiche mediche – definite alternative e che non considerano il corpo solo una macchina -, non hanno alcun fondamento scientifico, né efficacia, anzi producono solo un effetto placebo. Sheldrake, però, fa notare come «tutti i sistemi medici comportano risposte placebo». Inoltre considera i tentativi di prolungare la vita costosi e molto spesso inappropriati e conclude dicendo che «Un sistema medico inclusivo, integrativo è probabile sia meno costoso e più efficace di un sistema esclusivamente meccanicistico».

Sheldrake dedica poi un capitolo all’oggettività della scienza, facendo notare come in alcuni campi di ricerca per evitare il cosiddetto effetto osservatore, cioè l’influenza dell’operatore su un esperimento, si utilizzino metodi in cieco o in doppio cieco. Tuttavia in altri settori della scienza questi non sono utilizzati perché ritenuti inutili, in quanto coloro che vi lavorano sono convinti che l’effetto non si verifichi. Riporta poi i risultati di due studi effettuati in anni diversi – uno condotto da lui e l’altro da Caroline Watt e Marleen Nagtegaal – sugli articoli pubblicati in due gruppi di riviste scientifiche per verificare in quali settori i metodi sopra citati sono stati usati. Per entrambi i gruppi, il settore in cui sono stati maggiormente utilizzati è quello della parapsicologia (nell’80-90% delle ricerche), seguito dalle scienze mediche, mentre il fanalino di coda si è rivelata la fisica (nello 0-0,5% dei casi). Fa notare, poi, che, per dare la parvenza dell’oggettività, gli scienziati scrivono in forma passiva la relazione delle loro ricerche, anche se molti di loro oggi preferiscono quella attiva.

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Inoltre dichiara che gli studiosi quando riferiscono delle loro ricerche non riportano tutti i dati, escludendo quelli che mal si accordano con i risultati. Ribadisce l’importanza dello scetticismo, di cui evidenzia il pericolo del suo uso distorto a favore dei propri «punti di vista con motivazioni politiche o ideologiche». Sostiene poi che «anche se l’oggettività della scienza è un ideale nobile, abbiamo migliori speranze di raggiungerla riconoscendo l’umanità degli scienziati e i loro limiti, anziché facendo finta che la scienza disponga di un accesso speciale alla verità».
Nell’ultimo capitolo, Sheldrake, riassumendo le osservazioni fatte in quelli precedenti, ripete alcune delle domande poste alla fine di ognuno di essi e rivolte ai materialisti, perché «l’illusione che la scienza abbia già risposto alle domande fondamentali soffoca lo spirito dell’indagine». è un’illusione anche che la scienza – e in particolare la fisica – sia superiore a tutto il resto. Infatti «rendersi conto che le scienze non conoscono le risposte fondamentali porta all’umiltà e non all’arroganza, all’apertura anziché al dogmatismo. Resta molto da scoprire e da riscoprire, compresa la saggezza».

E io credo che leggere questo libro sia un buon punto di partenza per tutti coloro che credono che la scienza possieda la verità assoluta e che sia l’unica in grado di descrivere la realtà. La sua oggettività, tanto amata da chi, per esempio, sostiene che i fenomeni psichici non esistano (ma Sheldrake parla dell’oggettiva in più ampio ambito), è messa in discussione quando ci si inoltra nel microcosmo della fisica quantistica. Lì l’influenza dell’osservatore gioca un ruolo importante. Perciò l’oggettività deve essere ripensata.

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C’è quindi bisogno che la scienza si metta in discussione, anche se qualcuno obietterà che lo fa sempre. Tuttavia non lo fa abbastanza, perché non si vuole rendere conto che il metodo scientifico ha dei limiti, pur avendolo riscontrato. In certi settori non è possibile applicarlo, pertanto la scienza ritiene che questi campi, come per esempio la psicologia, non possano essere definiti scientifici. Ma il metodo scientifico – per carità utilissimo, non lo metto in dubbio – cos’altro è se non una costruzione dell’uomo? Ed è quindi opportuno se non seguire, almeno leggere i suggerimenti di Sheldrake. Provengono da una persona che da sempre ama la scienza e il suo metodo, e grazie a questo ha dato importanti contributi alla conoscenza, quindi perché ignorare il suo pensiero?

E questo interrogativo lo rivolgo anche a chi non è uno scienziato e che invito a leggere questo libro. Infatti, anche se in alcuni punti può sembrare difficile, ciò che Sheldrake ha scritto aiuta a capire tante cose, ma soprattutto invita a porsi delle domande e a comprendere che la scienza non è un mondo a parte. Infatti, le persone di cui è costituita sono come noi, hanno gli stessi nostri pregi e i nostri stessi difetti, dai quali – a dispetto dell’oggettività – sono comunque condizionati nelle loro ricerche.

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Per approfondire

Rupert Sheldrake: La mente estesa, Edizioni URRA, 2006

Rupert Sheldrake: La presenza del passato. Ed. Crisalide, 2010

Rupert Sheldrake: Le illusioni della scienza, Edizioni URRA, 2013

Sito di Rupert Sheldrake

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About The Author

Magicamente Colibrì

Ho fatto studi classici al liceo e scientifici all’università, perché amo entrambi i mondi. Questa mia formazione è dovuta al fatto che in me convivono bene gli aspetti che caratterizzano l’essere umano, cioè quelli legati al pensiero razionale e a quello non razionale, e che sottintendono, rispettivamente, alla scienza e alla spiritualità. Molti sono i miei interessi e i post del blog lo dimostrano.

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