Raymond Moody: una vita dedicata alla ricerca sulla morte


Raymond Moody, Paul Perry: Una scia di infinite stelle

Moody_scia_stelle 001-200Raymond Moody è un nome molto noto nell’ambito delle scienze di confine ed in modo particolare per le esperienze che si verificano in prossimità della morte. In questo libro parla della sua vita e di come è maturato il suo interesse verso la morte, con cui ha convissuto fin dalla nascita avvenuta nel 1944, nel pieno della guerra. Raymond Moody ebbe il suo primo incontro con la morte a quattro anni, quando la nonna lo portò a casa di un vicino che era appena morto.

Ciò che lo indusse a rivolgere i suoi studi sulla morte fu il venire a sapere di George Ritchie, un medico che «ebbe l’esperienza di essere dichiarato morto. In quello stato vide una luce, poi lasciò il suo corpo e da lì ebbe inizio la sua avventura». Era la prima volta che Moody sentiva parlare di qualcuno che era stato sulla soglia della morte ed era ritornato.

Da quel momento si prefisse di approfondire la questione. Ebbe modo di conoscere quel medico e di sentirgli raccontare la sua storia davanti a un pubblico di giovani studenti. Inizialmente ritenne che quello fosse un caso unico. Qualche tempo dopo, quando un suo studente gli parlò di una esperienza che aveva avuto in seguito ad un incidente automobilistico, si rese conto che forse il caso di Ritchie non era unico e così «iniziai a chiedermi quanto frequenti fossero tali esperienze e che cosa significassero».

In seguito a ciò iniziò a raccogliere le testimonianze di quelle che avrebbe definito esperienze perimortali o NDE (Near-Death Experience) e ne discusse con studenti e colleghi. Anche al di fuori del mondo accademico si sapeva di cosa si occupava, tanto che qualche anno dopo un editore gli propose di pubblicare un libro. Nacque così La vita oltre la vita, del 1975, che divenne ben presto un best seller in tutto il mondo.

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Questa sua ricerca fu la prima di una serie che ancora oggi suscita interesse, tanto che lo studio delle NDE, inizialmente indirizzato a fornire prove della sopravvivenza, ora viene condotto da medici e psicologi con tutt’altri interessi.

Grazie al grande successo editoriale per i quattro anni successivi Moody fu invitato a tenere conferenze e a partecipare a trasmissioni televisive in ogni angolo del paese. Quindi, dopo il necessario tirocinio, si laureò in medicina, con indirizzo psicologico.

Pur insegnando, proseguì le sue ricerche, alle quali affiancò l’interesse per la regressione ipnotica. Diana Denholm, una collega, si era accorta che nel praticarla alcuni pazienti raccontavano vite passate. In un primo momento ritenne «di avere compiuto degli errori nell’ipnoterapia o di avere scoperto delle personalità multiple nei suoi pazienti. Ma dato che tali eventi continuavano a verificarsi» e constatando che «era molto efficace nel trattamento di varie problematiche», pensò di utilizzarla come terapia. Dato che Moody non era intenzionato a valutare l’ipotesi della reincarnazione, gli chiese di provare a sottoporsi ad una seduta. Cosa che lo studioso americano fece. Ricordò almeno nove vite precedenti e riscontrò che ognuna di esse «provocò in me un profondo senso di nostalgia».

Cominciò a porsi molte domande, perché sentiva che quello che aveva vissuto non poteva essere paragonato a un sogno, e non aveva gli elementi tipici dei ricordi. Non sapeva spiegare quelle vite, ma «sapevo solo di avere imboccato, senza volerlo, un sentiero che non avevo mai percorso prima».

Decise quindi di intraprendere delle indagini in questo senso e, con l’appoggio dell’università presso la quale lavorava, raccolse varie testimonianze. Nonostante i risultati fossero soddisfacenti, non ritenne di poter dimostrare la realtà della reincarnazione. Tuttavia, come per le NDE individuò alcuni elementi che caratterizzavano le dichiarazioni delle persone sottoposte a regressione.

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Parallelamente al successo progrediva una malattia che nessuno era stato in grado di riconoscere e che incideva sia sul suo stato fisico sia su quello mentale, inducendolo a compiere diversi errori di giudizio, oltre a causare sbalzi di umore.

La natura del suo male, che avrebbe potuto portarlo alla pazzia, fu scoperta grazie ad un evento drammatico. Insieme a Paul Perry aveva scritto un libro sulla regressione ipnotica alle vite passate e l’editore aveva programmato un tour promozionale di interviste televisive in tutto il paese. Purtroppo questo coincise con l’intervento militare statunitense in Kuwait in seguito all’invasione da parte di Saddam Hussein. Le notizie provenienti da quei luoghi avevano la priorità su ogni altra cosa, pertanto quasi tutte le interviste furono cancellate.

La malattia non aiutò Moody ad affrontare questa situazione, insieme alle sopravvenute difficoltà finanziarie. Sopraffatto dagli avvenimenti e prostrato dalla malattia, Moody meditò il suicidio e, dopo aver ingerito un buon numero di pillole, telefonò a Paul Perry. Questi fu in grado di far intervenire il soccorso e a evitare il peggio. Durante il trasporto in ospedale, subentrò un infarto durante il quale ebbe, anche se brevemente, una NDE, nella quale «si era verificata una straordinaria trasformazione della consapevolezza». Rianimato si rese conto che, dopo averne classificate e analizzate tante, poteva dire di averne vissuta una.

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Durante la degenza in ospedale poté avere finalmente la diagnosi della sua malattia: il mixedema, un disturbo nella produzione di ormone tiroideo. Conoscendo i sintomi e seguendo una terapia appropriata, avrebbe potuto controllare i livelli ormonali e ristabilire l’equilibrio dell’umore e delle condizioni mentali.

Con l’esperienza maturata nel raccogliere testimonianze sulle NDE e con la sua personale, avrebbe potuto aiutare i suoi pazienti a comprendere e a risolvere traumi dimenticati e a elaborare il lutto per la perdita di persone care. Per dare un aiuto ulteriore, gli sarebbe piaciuto «ricreare una vivida revisione della vita senza essere in punto di morte […] e la capacità di vedere i parenti defunti». Per la prima non c’erano possibilità di realizzazione, per la seconda, dopo varie ricerche, ricreò il cosiddetto psychomanteum (*) degli antichi greci. Questo era un luogo, situato perlopiù sottoterra, in cui le persone si recavano per avere un incontro con i propri cari defunti attraverso l’uso di superfici riflettenti e una particolare preparazione mentale.

Dopo averlo sperimentato prima con i suoi studenti e poi sulla sua persona, con un incontro con la defunta nonna paterna, volle condurre le sue indagini con soggetti «normali e in buona salute» e che rispondevano a determinati criteri per uno svolgimento ottimale delle prove. Ottenuti buoni risultati e dopo aver trovato un luogo adatto, poté utilizzarlo a scopi terapeutici, riscuotendo un certo successo.

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Gli studi da lui condotti fino a quel momento si erano susseguiti con una certa sequenza, ma parallelamente Moody era venuto a raccogliere diversi casi riguardanti quella che lui ha definito di morte condivisa. Si tratta di esperienze al capezzale di morenti da parte di questi e di chi era con loro negli ultimi istanti di vita in cui si hanno particolari visioni e/o sensazioni di trovarsi in un mondo altro, luminoso impossibile a descriversi.

Per di più, Moody ebbe modo di condividere insieme alle sorelle, ai loro mariti e alla moglie la morte della madre: «Mentre ci tenevamo la mano la stanza sembrò cambiare forma e quattro di noi ebbero la sensazione di essere sollevati dal suolo. Io provai una forte accelerazione, come se un vortice mi stesse trascinando in mare aperto, solo che la spinta era verso l’alto.
"Guarda", disse mia sorella, indicando un punto all’estremità del letto. "C’è anche papà! È tornato a prenderla!"
».

Come per le NDE, analizzando le testimonianze raccolte è riuscito a individuare le caratteristiche comuni anche per questo tipo di esperienze, che nella "antica" letteratura sono state definite visioni dei morenti.

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Individuare e vivere in prima persona quest’ultimo fenomeno lo ha portato a riflettere sul percorso da lui compiuto dal momento in cui ha cominciato ad esaminare i resoconti di persone ritornate dalla morte. Ciò lo ha indotto a riconoscere che al momento della morte «entriamo in un altro stato dell’esistenza o in un altro stato di coscienza così straordinariamente diverso dalla realtà del mondo fisico che conosciamo da far sì che il linguaggio a nostra disposizione non sia ancora adeguato a descrivere […]». Tuttavia non crede che «la vita dopo la morte faccia davvero parte dei suoi piani», cioè di Dio, il quale «non mi ha ancora detto nulla riguardo l’aldilà.
Fino a quando ciò non avverrà continuerò a cercare le risposte. L’universo spirituale è enorme e la gioia dell’esplorazione che io trovo in esso è senza limiti
».

Con queste parole termina il viaggio nella vita di Moody, ma sicuramente fra qualche tempo avremo l’opportunità di leggere di un’altra sua avventura nella ricerca sulla morte che come le precedenti arricchirà la nostra conoscenza su di essa oltre a fornirci materiale su cui riflettere.

Nota

(*) Lo psychomanteum ideato da Moody è un locale in cui è stata posta una poltrona confortevole, con luce che si attenua e uno specchio che riflette solo il buio dietro la persona che siede in poltrona

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Il libro

Raymond Moody, Paul Perry: Una scia di infinite stelle, ed. Corbaccio, 2014.

Gli autori

Raymond Moody, medico e psicologo americano esperto dei fenomeni di premorte, autore di vari libri.

Paul Perry, regista, scrittore e studioso di fenomeni di premorte, collaboratore di Moody con cui ha scritto cinque libri.

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Glossario

Raymond Moody e le NDE (Near-Death Experience)

NDE (Near-Death Experience) o esperienze di premorte

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About The Author

Magicamente Colibrì

Ho fatto studi classici al liceo e scientifici all’università, perché amo entrambi i mondi. Questa mia formazione è dovuta al fatto che in me convivono bene gli aspetti che caratterizzano l’essere umano, cioè quelli legati al pensiero razionale e a quello non razionale, e che sottintendono, rispettivamente, alla scienza e alla spiritualità. Molti sono i miei interessi e i post del blog lo dimostrano.

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